In memoria di Sandro Mazzola
Ci sono eventi che per la storia del calcio travalicano l'importanza di una singola partita di cartello, sebbene riguardi la testa del campionato.
Nella notte precedente alla supersfida dell'Olimpico fra Roma e Inter, il popolo nerazzurro è funestato dalla ferale notizia della scomparsa, a 83 anni, di una colonna insormontabile della Grande Inter degli anni '60, Sandrino Mazzola. E' stato la punta di diamante della mitologica squadra con cui vinse 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali, sempre risultando decisivo. A mio avviso il “Baffo” va ricordato fra i più grandi calciatori di ogni tempo, non solo sul territorio tricolore, ma a livello mondiale.

Figlio del leggendario Valentino Mazzola, capitano e fuoriclasse del Grande Torino, perse il padre nel tragico schianto di Superga a soli 6 anni; fu l'interista Benito Lorenzi, il famoso “Veleno” - grato a Valentino per aver caldeggiato la sua convocazione in Nazionale - ad introdurre Sandrino e il fratello minore Ferruccio nel settore giovanile dell'Inter. Il giovane Sandro imparò l'arte del calcio da un altro asso inestimabile, Peppino Meazza, che nell'ultima sua intervista ha ricordato con immutato stupore per le impressionanti doti balistiche.

Mazzola esordisce a 18 anni in una partita-scudetto del tutto particolare: Juve-Inter, il 10 giugno '61. Si era già giocata in aprile con il pubblico debordante a bordo campo, pertanto era stata assegnata la vittoria a tavolino all'Inter 0-2. Ma intervenne Umberto Agnelli, presidente sia della Juve che della FIGC (ma pensa un pò!), che con una classica “rapina” in stile sabaudo, annullava il verdetto e faceva ripetere la partita. Scandalizzato, Angelo Moratti ordinò di mandare in campo la “Primavera” che fu sepolta di goal, con il bullo Omar Sivori che maramaldeggiò sui giovani rivali. Sandro però si fece notare nel secondo tempo e mise a segno il goal della bandiera su calcio di rigore.
Fu il viatico alla convocazione in prima squadra, agli ordini del Mago Helenio Herrera. Nella Coppa Campioni 1963-'64, il giovane Sandrino (21enne) fu capocannoniere di quell'edizione, unico italiano a riuscire nell'impresa, ed io mi innamorai dell'Inter (non avevo ancora compiuto 8 anni), vedendo in TV la finale dove l'Inter sconfisse 3-1 il favorito Real Madrid di Puskas e Di Stefano. In particolare mi colpì Mazzola, agile e scattante, prototipo dell'attaccante moderno, pronto a raggiungere in velocità i lanci a lunga gittata di Suarez o gli inviti dell'avanzato Facchetti. Realizzò una splendida doppietta.
Con le Coppe e gli Scudetti dell'Inter in carniere, Sandro approdò rapidamente in nazionale dove divenne Campione d'Europa nel '68, arrendendosi solo al grande Brasile di Pelè nel mondiale di Mexico 1970: allora fu protagonista della famigerata “staffetta”, decisa da Valcareggi, con il rivale nei derby di Milano, Gianni Rivera.
Nel '71 sfiorò anche il Pallone d'Oro, secondo solo al grande Crujiff, ed è un peccato che gli sia sfuggito tale riconoscimento, in seguito conquistato da uno “scarpone” come Cannavaro e da meteore tipo Sammer. Con la maturità, Sandro si trasformò in regista di centrocampo, punto di riferimento per la squadra che finalizzava con il bomber Boninsegna.
A fine carriera, designato a ruolo dirigenziale dal Presidente Fraizzoli, fu altrettanto brillante: scritturò Michel Platini in anticipo rispetto alla riapertura delle frontiere, che però fu posticipata, e sappiamo come andò a finire...Si era assicurato anche l'asso della Roma Falcao, ma pare accertato che intervenne dall'alto il bieco plenipotenziario della DC, Andreotti, a bloccare l'operazione. Prima di tutto, fu sua l'intuizione, pienamente realizzata, di forgiare una giovane Inter italiana con gli astri nascenti Beccalossi e Altobelli, affidata alle cure del “sergente di ferro” Bersellini. Si aggiudicò nettamente lo scudetto 1979-80.
Estromesso nell'epoca Pellegrini, Mazzola tornò in “sella” dirigenziale con Massimo Moratti. Al di là di molteplici acquisti che stuzzicarono la fantasia dei tifosi, dal capitano Zanetti al talento pazzo di Recoba, fu Mazzola il “regista occulto”, del colpo del secolo della storia nerazzurra, convincendo il Fenomeno Ronaldo al top della forma a trasferirsi all'Inter dal Barcellona (mica un club qualsiasi!).
Nell'ultima intervista, da uomo onesto qual era, Mazzola si è scusato con Boninsegna per non essersi opposto (da giocatore molto influente) allo scambio Boninsegna-Anastasi con la Juve, operazione di mercato fra le più fallimentari dell'epopea black & blue. Inoltre ha riconosciuto di non essersi colpevolmente battuto contro il frettoloso esonero di Gigi Simoni da parte di Massimo Moratti.
Ma nessuno è immune da errori, e tutti noi, caro “Baffo” ti siamo umilmente riconoscenti per quello che ci hai fatto vivere con l'Inter, dentro e fuori dal campo. Sia resa gloria imperitura a Sandro Mazzola.
Partita Double-Face all'Olimpico
Mi accorgo di essermi dilungato fin troppo nel tributo a Mazzola, ma ne sentivo l'urgenza, quindi per Inter-Roma proporrò più argomenti che cronaca (già ben la conoscete) rischiando di indispettire qualche “diversamente” pensatore.
Indubbiamente noi interisti, abbiamo rischiato un doppio LUTTO nella stessa giornata di sabato; inevitabile quello umano, perché il destino accomuna gli eroi ai comuni mortali, ben diverso quello sportivo. Alla fine, possiamo tirare un sospiro di sollievo per il pareggio raggiunto, che ci permette di trascorrere la tediosa pausa delle “nazionali” senza troppe polemiche, ma esultare troppo, è a mio avviso vietato.
Innanzitutto, Chivu deve ben riflettere sui giocatori a disposizione per permettersi un gioco che si espone alla controffensiva dell'antagonista.
Quattro partite consecutive dove si va sotto di due goal (compresa Madrid) non si possono accettare. D'accordo che la squadra ha sempre dimostrato grande spirito di reazione, aggiustando quasi sempre il risultato (non in Champions), ma bisogna rendersi conto e lavorare sodo affinché le partenze ad handicap non diventino un marchio di fabbrica dell'Inter 2026-27.
Il primo tempo di Roma è stato un disastro, perché i reparti sono parsi squilibrati e per nulla coesi: difesa-centrocampo-attacco evanescenti. Nessuno che si salvi, in particolare Dimarco, inoffensivo sulla fascia e poi ben sostituito da un Augusto decisamente più in forma nella ripresa; lo stesso Barella, corri-corri ma con poco costrutto e beccandosi una rischiosa (quanto eccessiva) ammonizione alla prima protesta; infine Jones: non può essere questo il centrocampista agognato da Chivu per il salto di qualità: lasciamolo ambientare, poi stileremo un giudizio più corretto.

Sulla difesa c'è quasi da stendere un pietoso velo: avversari troppo liberi in area, distrazioni ripetute, si riesce persino a trasformare in risolutore un centrocampista con scarsa dimestichezza con il goal, Konè, che ci castiga con una doppietta nel primo tempo, quasi a dimostrare che l'interesse dei Nostri nei suoi confronti non era campato per aria.
Sulla prima rete - d'accordo - al centrocampista francese è stato lasciato spazio, ma la conclusione era tutt'altro che irresistibile, e Martinez nemmeno stavolta si è dimostrato reattivo (6° minuto). Si riscatterà nella ripresa, “mettendoci (letteralmente) la faccia” per sventare un tiro ravvicinato di Malen che avrebbe chiuso la tenzone.
Da sottolineare comunque che il secondo goal romanista (37°), mai ad occhio umano sarebbe parso regolare, ma per l'occasione si è risvegliata la “bella addormentata” VAR (fin qui in letargo) giusto per punire le lacune della difesa interista, che avrebbe - sottolineo, avrebbe - tenuto in gioco sia Mancini, sia Konè.
Denunciati questi sfasamenti, ricordiamo che fino all'anno scorso avevamo un pur attempato mastino d'area nonché abile “collante” difensivo, Francesco Acerbi, che rimediava a varie leggerezze. Gli è stato dato il benservito, probabilmente era l'ora, ma com'è stato sostituito? Akanji e Bisseck in qualità di centrali sono tutt'altro che impeccabili, il vero candidato è Stones che si è infortunato alla prima da titolare. Come si è già infortunato il centrocampista che dava maggior copertura, Calha. Quasi inevitabile che la difesa sbandi.
Facciamo anche il punto sulla campagna acquisti, dopo questi primi verdetti (ed una classifica comunque favorevole): Spence non ha fin qui toccato palla, e dovrebbe essere un'ottima copertura sulla fascia; Jones non ha ancora mostrato nulla di qualificante; Stones, e si sapeva, è reduce da anni di infortuni. Insomma, i leoni inglesi finora hanno avuto le unghie spuntate e non hanno inciso per nulla. Inoltre il giovane Stankovic, che ha pur sempre colpito un palo in pochi minuti di gioco (contro Udine) è finora relegato in panchina.
Dunque, lo strombazzato calciomercato estivo non ha a tutt'oggi recato alcun vantaggio alla squadra campione.

Fortunatamente, dopo un primo tempo inammissibile, il valoroso capitan Lautaro, con la complicità dell'agile Thuram, ha dato la sveglia alla truppa sonnolenta, che ha tolto la maschera dall'umore depresso: con una ripartenza al fulmicotone la Thu-La ha dimezzato subito lo svantaggio. Fantastico l'argentino nell'indirizzare la palla a fil di palo in diagonale, rendendo impossibile l'intervento di Svilar: già nella prima frazione di gioco l'estremo difensore aveva negato a Bisseck un goal che sembrava fatto. Resto dell'idea che sia il miglior portiere del campionato, e se l'avessimo noi, probabilmente non ci sarebbe storia. Comunque entra bene in partita il solido Augusto, che spinge sulla sinistra, si risvegliano Zielinski e Diouf, al solito l'unico in grado di saltar l'uomo uno-contro-uno, pertanto il dilemma con Luis Henrique non si pone nemmeno. Anche il brasiliano è apparso in campo rimediando una sufficienza sulla Gazza; mi domando perché: traballante come sempre, gli ho visto fare tre cross, uno talmente lento che Svilar indietreggiando l'ha arpionato senza sforzo, gli altri due lunghi, completamente fuori misura.
Comunque al 34° della ripresa, mentre le azioni si susseguivano sull'uno e sull'altro fronte, dopo una traversa colpita da Lauti ed un mezzo miracolo di Svilar, la palla tornava al capitano, ieri freddo come non mai, che fiondava in porta vanificando l'ennesimo tuffo del portiere romanista.
Il 2-2 sarà il risultato dolce-amaro finale, e per fortuna il Gasp non ha colto la 300a vittoria in campionato proprio contro l'Inter, che non batte dal 2018. Nessuno nega la forza della Roma, ma con il cecchino Malen dalle polveri bagnate, senza i nostri gentili omaggi i giallorossi non avrebbero nemmeno pareggiato.
Però ricordiamolo bene, la Serie A PERDONA (anche ai rispettabili livelli di Roma e Napoli), i killers della Champions NO!


